Cospirazione: dalla dissonanza cognitiva al fascino

Intervista a Wu Ming 1

08-06-2026

Scie chimiche, rettiliani, QAnon… sembra che questo sia un periodo particolarmente propizio per le teorie del complotto. Wu Ming 1, autore tra l’altro del libro La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema, ha dedicato decenni alla ricerca finemente documentata su alcune di queste teorie. Nel corso di questa intervista, parla dei meccanismi all’opera nell’elaborazione delle “fantasie di complotto”. Qual è il nucleo di verità intorno al quale si formano? A quali bisogni corrispondono? Quali emozioni suscitano? Interrogandosi inoltre sui mezzi per smantellare queste narrazioni tossiche, Wu Ming 1 invita a sostituire lo stupore di fronte al complotto con il fascino della lotta.

Intervista raccolta e tradotta da Lapo Bettarini, mediatore culturale, scienziato e membro di Culture & Démocratie

In che modo le fantasie di complotto funzionano come narrazioni diversive che neutralizzano il conflitto sociale ?
Ogni fantasia di complotto si forma intorno a un nucleo di verità: una condizione vissuta, un problema reale non ben individuato, un’inquietudine che non sa dire il proprio nome. La fantasia di complotto parte da quel nucleo, ma subito se ne allontana, in un movimento che potremmo definire “a spirale”.

Negli ultimi anni diverse fantasie di complotto sono nate da angosce legate alla crisi climatica e all’inazione dei governi e delle istituzioni internazionali. Ogni volta che c’è un’alluvione, un uragano, un megaincendio, una siccità calamitosa, per qualche giorno si torna a parlare del surriscaldamento globale. Da decenni si sa che la tendenza è questa, eppure nessuno di coloro che hanno potere ha fatto nulla di concreto, le conferenze COP sono meri spettacoli, per giunta tristi e tediosi. Nel decennio scorso si è fatto molto greenwashing, ogni politica era diventata “green”, una fantasmagoria di annunci di pseudosoluzioni, provvedimenti che spesso erano pura cosmesi, oppure affidavano le sorti del clima a meccanismi di mercato, cioè gli stessi meccanismi che hanno causato il problema. Oggi il tema sembra proprio sparito dalle agende pubbliche, l’Unione Europea si è rimangiata quasi tutte le promesse fatte solo qualche anno fa, nonostante la crisi climatica sia sotto gli occhi di tutti e colpisca sempre più duro. Le vediamo tutti le colonne di fumo nero e veleni che si innalzano dai siti energetici bombardati in Iran. Lo sappiamo che le guerre in Ucraina, Palestina e Iran hanno avuto e continueranno ad avere conseguenze climatiche e ambientali fatidiche, ma il discorso mainstream sulla guerra è focalizzato su altri aspetti.

Questo genera una sorta di dissonanza cognitiva: quel che vedo è tragico, la crisi climatica è gravissima, ma chi è al potere parla a vanvera, anzi, ha proprio smesso di parlarne. La critica dell’economia politica, l’analisi di classe, la critica ecologista e quella decoloniale ci aiutano a capire questa contraddizione, ma richiedono metodo, impegno, pazienza, concentrazione. Tutte cose che le fantasie di complotto non richiedono. Per questo arrivano prima, e a modo loro risolvono la dissonanza cognitiva. La crisi climatica diventa una narrazione della quale diffidare, e si impongono narrazioni sostitutive e diversive.

Faccio un esempio concreto: le fantasie di complotto sulle “scie chimiche” e sulla guerra climatica, su cui ho scritto molto. Partono da un fenomeno reale: l’aumento vertiginoso del traffico aereo ha davvero aumentato la quantità di scie bianche in cielo. Quelle scie sono sintomi, sono l’aspetto visibile di un aumento dell’inquinamento e delle emissioni climalteranti. Chi guarda il cielo con preoccupazione intuisce che c’è qualcosa di terribilmente sbagliato, questo è il nucleo di verità, ma ecco che la fantasia di complotto comincia a muoversi a spirale verso l’esterno, ecco le malvagie macchinazioni globali con milioni di complici, ecco le scie chimiche che servono ad avvelenarci o a controllare le nostre menti, ecco la “guerra meteorologica” combattuta con piani segreti di geoingegneria, eccetera.

Altri esempi: ogni fantasia di complotto su presunte “lobby senza patria” è un surrogato della critica alla finanziarizzazione estrema dell’economia e alla mondializzazione neoliberista. La variante più estrema è rappresentata dalla fantasia di complotto sui cosiddetti “Rettiliani”. Nasce dalla sensazione, peraltro ben fondata, che l’esercizio reale del potere sia ormai lontanissimo dalla vita della gente comune, dunque praticamente “alieno”. Non sono “alieni” i personaggi che vediamo all’opera negli Epstein Files?

Il complottismo potrebbe essere un modo indiretto per esprimere critica e partecipazione politica ?
Pensiamo all’aforisma apocrifo, attribuito al socialista francese August Bebel, «l’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli». In genere chi lo cita mette l’enfasi sui termini “antisemitismo” e “imbecilli”, ma il fulcro dell’aforisma è “socialismo”. L’aforisma ci dice che il cospirazionismo è anticapitalismo fuorviato. Le fantasie di complotto sono imitazioni della critica al sistema, sono surrogati di lotta che intercettano e deviano il malcontento, incanalando le energie sociali verso luoghi dove verranno dissipate o, peggio, usate per alimentare progetti reazionari. Per questo, come dice il sottotitolo del mio libro, “le fantasie di complotto difendono il sistema”. Attenzione, però: riescono a farlo solo dove e quando mancano lotte collettive, autentiche prassi politiche di liberazione. Se in questi anni le fantasie di complotto sembrano regnare sovrane in molti spazi, è perché quegli spazi erano rimasti vuoti. Lo abbiamo visto succedere nei due anni della pandemia di Covid19, a cui nel mio libro dedico una serie di capitoli intitolata “In viro veritas”. Durante quell’emergenza moltissime persone si sono sentite esautorate di ogni scelta e abbandonate, lasciate in balia di provvedimenti spesso assurdi, contraddittori, palesemente inutili ai fini dichiarati ma imposti con toni da legge marziale. In Italia quasi tutte le correnti della “sinistra” hanno scelto di aderire incondizionatamente alle politiche pandemiche, per paura di sembrare “negazionisti” o “no-vax”. L’unica forza politica che non si è unita alla “unione sacra pandemica” e ha votato contro il governo di Mario Draghi è stata Fratelli d’Italia, il partito post-fascista di Giorgia Meloni, che nell’autunno 2022 ha vinto le elezioni. “Correlazione non è causalità”, ma il rapporto tra pandemia e vittoria della destra andrebbe indagato, non rimosso come invece si è fatto sinora.

Perché il fact-checking non basta ?
Lo smontaggio delle narrazioni tossiche è necessario, noi Wu Ming ci dedichiamo a questo compito da decenni e anche La Q di Qomplotto è parte di questo lavoro. Ma smontare non basta. Gli auto-proclamati “debunker” si limitano a usare spilli per forare e fare scoppiare i palloncini delle fantasie di complotto. Si impegnano molto, ma non ottengono grandi risultati, anzi: dato che fanno scoppiare quei palloncini in nome dell’establishment, del “consenso liberale”, di una qualche «autorità» – politica, giornalistica o scientifica che sia – spesso ottengono l’effetto contrario, sono visti come difensori del sistema (e spesso lo sono davvero) e il loro intervento finisce per rafforzare le posizioni che volevano contrastare. Oggi si fa tantissimo fact-checking, anche eccellente per metodo e precisione, eppure le fantasie di complotto spopolano. Perché? Principalmente per due ragioni.

La prima è che il fact-checking opera sul piano della logica e del raziocinio, mentre le fantasie di complotto operano sul piano della fascinazione. L’antropologa Giulia Paganelli la chiama “meraviglia nera”, io in La Q di Qomplotto ho usato il concetto kantiano di “sublime”, ma stiamo dicendo la stessa cosa: i complotti suscitano meraviglia, e quanto più sono orrendi tanto più suscitano meraviglia. Descrivo qualcosa di orribile – abusi su bambini durante rituali satanici, aerei che ogni giorno spargono veleni nell’atmosfera – ma lo faccio affascinando. Le mostruosità sono sempre seducenti. E seducendo, in un modo strano rispondono a bisogni reali, perché nella nostra vita noi abbiamo bisogno di sorpresa, meraviglia, angolature diverse da cui guardare il mondo. Le fantasie di complotto forniscono tutto ciò, e nonostante descrivano scenari terrorizzanti aiutano a ridurre l’ansia, perché apparentemente spiegano tutto e ci danno l’illusione di aver capito tutto.

La seconda ragione è che, come dicevo, aderire a una fantasia di complotto dà l’illusione di essere contro l’establishment, contro le falsità del potere. Siamo tutti d’accordo che quei palloncini vadano sgonfiati e riportati a terra, ma farli scoppiare come fanno i “debunker” non risolve niente. Bisogna affrontare i bisogni a cui le fantasie di complotto danno risposte, e i nuclei di verità intorno a cui si formano.

Un grosso problema è che i “debunker” sono spesso speculari ai “complottisti” a cui danno la caccia e che ogni giorno sfidano a duello. Questo rispecchiamento è spiegato molto bene da Emma E. Jane e Chris Fleming nel loro libro del 2014 Modern Conspiracies. The Importance of Being Paranoid. Come i “complottisti” vedono complotti dappertutto, i “debunker” vedono complottisti dappertutto, denunciano di continuo cospirazioni ordite da cospirazionisti. È sufficiente far notare che nelle fantasie di complotto ci sono nuclei di verità per essere aggiunti al novero dei complottisti, alla lista di proscrizione. In Francia questa è la postura intellettuale di Conspiracy Watch e del suo ubiquo portavoce Rudy Reichstadt.

Dall’altro lato, il concetto stesso di “fact-checking”, che significa solamente “verifica dei fatti”, è ormai aborrito come se fosse una pratica turpe. Si vede bene nel Manifeste conspirationniste, che in Francia, quattro anni fa, ha suscitato un modesto scandalo. L’autore di quel libro dice fin da subito che non gliene frega niente delle fonti, delle prove, e così si pone preventivamente al di là di qualunque confutazione e smontaggio, perché chi provasse a confutarlo sarebbe automaticamente relegato nel campo dei fact-checker di regime. Non serve più dimostrare niente né convincere nessuno, dice il MC, bisogna solo fare le dovute “dichiarazioni di incompatibilità”, cioè di reciproca inimicizia, e trarne le conseguenze. Questa posizione deriva da un approccio puramente reattivo: poiché la classe dominante, i media mainstream e la sinistra “rispettabile” tacciano di “cospirazionismo” qualunque critica del potere, l’autore decide che gli sta bene, viva il cospirazionismo, viva i cospirazionisti! A conti fatti, si rifugia nel comfort di una sorta di “campismo”, come coloro che, trovando (giustamente!) ripugnante l’imperialismo occidentale, diventano putiniani. Io rifiuto ogni forma di campismo, sia nella geopolitica – provo orrore per l’imperialismo occidentale e anche per il regime di Putin – sia nella critica delle dinamiche sociali. Non voglio dover scegliere tra Conspiracy Watch e il Manifeste conspirationniste, sono due facce della stessa medaglia.

Ritiene che esistano forme di “finzione democratica” che possano rivelarsi utili? Narrazioni emancipatorie ?
“Finzioni democratiche utili” può far pensare alle “bugie dette a fin di bene”, cosa che mi riporta in mente il “significante vuoto” e tutti i discorsi sul populismo che erano in voga una decina d’anni fa. Non mi interessa assemblare una narrazione tossica “buona” da contrapporre a quella cattiva, quella è l’impostazione dei seguaci di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe, non quella di Wu Ming. Nel mio libro parlo della nostra collaborazione con lo storico dell’illusionismo Mariano Tomatis, in cerca di una meraviglia che stimoli il pensiero critico e ampli gli orizzonti, al contrario di quel che fa la “meraviglia nera” delle fantasie di complotto. Una simile meraviglia cerchiamo di ottenerla nella nostra letteratura, nel nostro modo di scrivere, simile al modo in cui lavorano i due illusionisti americani Penn & Teller, che, contro ogni preconcetto sulla magia, riescono a incantare svelando i loro trucchi. È la poetica che chiamiamo del “mostrare la sutura”, e in altri tempi chiamavamo “tenere aperta l’officina”. Mostrare come usiamo i ferri del mestiere, mostrare le tecniche con cui la meraviglia viene prodotta.

Detto questo, trovo indispensabile mettere in guardia da ogni “tecnicizzazione” della faccenda. La questione non può ridursi a una messa a punto di uno storytelling migliore. Se le fantasie di complotto sono surrogati di lotte, allora servono le lotte vere. Infatti, quando arrivano le lotte vere, il cospirazionismo perde potenza. Non scompare, perché non scompare mai, ma passa in secondo piano. Se io credo a una fantasia di complotto, quando mi appassiono a una lotta, accantono la fantasia per stare accanto a persone che non la condividono, ma con cui condivido la condizione, la collera e la gioia di essere lì in quel momento. È accaduto nel 2018 sui rond-points occupati dai gilets jaunes, ed è accaduto nelle grandi mobilitazioni per Gaza. La fantasia di complotto diventa sempre meno importante, e alla fine me la dimentico, perché l’esperienza di lottare è molto più affascinante.

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